28 Febbraio - 9 Giugno 2025
Villa Medici. Viale della Trinità dei Monti, 1
La mostra è un viaggio attraverso il potere estetico e simbolico del colore nella fotografia del XX e XXI secolo. Allestita presso Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma, la mostra riunisce le opere di 19 artisti internazionali selezionati e curati da Maurizio Cattelan e Sam Stourdzé.
Un’esplorazione visiva che non si limita alla storia tecnica del colore in fotografia, ma ne esamina l’evoluzione culturale e psicologica, dal glamour delle riviste di moda agli eccessi pop, dalla tensione ironica alla forza identitaria. L’esposizione “CHROMOTHERAPIA. La fotografia a colori che rende felici …” si articola in sette sezioni tematiche, ognuna delle quali rappresenta un microcosmo concettuale, vibrante e provocatorio, che stimola i sensi e la mente del visitatore attraverso un uso sofisticato e consapevole del colore.
La mostra si apre con un assunto che ne guida l’intera struttura curatoriale: il colore in fotografia non è mero ornamento, ma agente attivo nella produzione di significato. In “CHROMOTHERAPIA”, il colore diventa veicolo di emozione, mezzo di ironia e talvolta arma politica. L’allestimento, progettato con attenzione maniacale alla relazione tra immagine e ambiente, suggerisce che il colore non è un contenuto, ma una lente attraverso cui il mondo può essere filtrato, manipolato e restituito.
Sin dalle prime sperimentazioni con l’autocromia dei fratelli Lumière, la fotografia a colori ha incontrato scetticismo da parte della critica e del sistema dell’arte, ritenuta troppo commerciale, superficiale, destinata alla stampa popolare. La mostra, invece, sottolinea il ruolo decisivo che il colore ha avuto nel reinventare il linguaggio fotografico, specialmente a partire dagli anni Sessanta. Come sottolinea Sam Stourdzé, “abbiamo voluto tracciare una sorta di storia del colore attraverso i capitoli tematici e la presentazione del lavoro di artisti che ne hanno fatto uno strumento di racconto e di critica”.
Il connubio tra Sam Stourdzé, direttore dell’Accademia di Francia a Roma, ed Maurizio Cattelan, artista noto per la sua ironia dissacrante, dà vita a una curatela dialogica e originale. Il progetto trae ispirazione dalla rivista Toiletpaper, fondata dallo stesso Cattelan con Pierpaolo Ferrari, vero manifesto visivo dell’estetica del paradosso colorato. Non è dunque un caso se molte delle immagini esposte oscillano tra il grottesco e il sublime, tra la pubblicità e l’autonarrazione, tra la moda e la critica sociale.
Il colore viene così “curato” in senso terapeutico, come suggerisce il titolo. Non si tratta solo di un’affermazione provocatoria, ma di un’intuizione psico-visiva: la saturazione cromatica ha il potere di influenzare l’umore, l’attenzione, il desiderio. La mostra propone quindi una forma di “terapia simbolica” attraverso l’immersione visiva in un universo di immagini iperrealiste, surreali, complesse e accessibili al contempo.
Le sette sezioni tematiche di “CHROMOTHERAPIA” costituiscono il cuore concettuale della mostra. Ognuna di esse è pensata come una riflessione autonoma sull’impiego del colore nella fotografia, e come un microcosmo narrativo in cui il visitatore può immergersi. Le opere selezionate propongono linguaggi estetici distinti ma coerenti all’interno di ciascun capitolo, in grado di offrire una lettura stratificata e stimolante del colore come linguaggio, forma e visione.
In questa sezione si rende omaggio ai pionieri del colore, ovvero a coloro che, prima che la fotografia a colori venisse pienamente legittimata nel mondo dell’arte, ne intuirono il potenziale linguistico, espressivo e commerciale. Le immagini esposte testimoniano un tempo in cui il colore era ancora un’eccezione, uno sconfinamento tecnico e percettivo che rompeva le regole del monocromo dominante.
Blumenfeld, noto per le sue fotografie di moda per Vogue e Harper’s Bazaar, si serve del colore per spingere i limiti della fotografia commerciale. Le sue composizioni sofisticate, spesso ispirate al surrealismo, giocano con il corpo femminile, l’astrazione, la sovrapposizione di velature cromatiche. In una delle sue immagini iconiche, una donna velata appare come dissolta in un sogno di toni rossi e blu, che trasforma il volto umano in un simulacro estetico.
Yevonde, attiva negli anni Trenta, fu una delle prime fotografe a utilizzare il processo Vivex per produrre ritratti a colori. Celebre è la sua serie Goddesses, in cui ritrae donne dell’alta società travestite da divinità greche. Il colore, saturo e innaturale, amplifica il carattere teatrale delle immagini, conferendo loro una dimensione archetipica e paradossalmente moderna.
Edgerton applica il colore alla cronofotografia, rendendo visibili fenomeni altrimenti impercettibili all’occhio umano: una pallottola che attraversa una mela, una goccia d’acqua che si frantuma. In questi esperimenti visivi, il colore non è solo decorazione, ma strumento di comprensione: distingue le fasi del movimento, esalta la materia, isola l’evento nel tempo sospeso dello scatto.
Il duo formato da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari si inserisce qui come anello di congiunzione tra l’avanguardia tecnica e l’estetica iperpop contemporanea. Le loro immagini giocano con il linguaggio pubblicitario, mescolando nonsense, umorismo e violenza simbolica. In questa sezione, il loro lavoro si presenta come riflessione metacritica sul concetto stesso di “pioniere”, assumendo un ruolo di disarticolazione delle eredità visive canoniche.
Questa sezione mette al centro della riflessione il rapporto tra umanità e mondo animale, concentrandosi in particolare su cani e gatti, soggetti dalla forte carica iconica e affettiva. Qui il colore si carica di un valore espressivo doppiamente ambiguo: serve a sottolineare l’innocenza e la familiarità delle creature rappresentate, ma allo stesso tempo ne amplifica l’alterità, rendendole soggetti eccentrici, feticizzati, a tratti perturbanti.
Chandoha è universalmente riconosciuto come il primo “fotografo di gatti” per eccellenza. A partire dagli anni ’50, i suoi ritratti felini stabiliscono nuovi canoni visivi per la rappresentazione degli animali: luce morbida, sfondo neutro o fantasioso, posa plastica. Il colore contribuisce a rendere ogni soggetto immediatamente riconoscibile e quasi antropomorfo, stabilendo un’intimità ironicamente artificiale tra spettatore e animale.
I suoi famosi Weimaraner, vestiti come esseri umani, rappresentano una delle espressioni più compiute della dissacrazione visiva. Il colore, controllato e sofisticato, agisce come elemento di straniamento: rende l’assurdo elegante, l’animale una maschera, la fotografia un teatro visivo. Le pose, mai casuali, suggeriscono situazioni sociali, gerarchie e ruoli che rivelano l’intreccio tra cultura visiva e antropocentrismo.
Nel contesto di questa sezione, le immagini di Toiletpaper si caricano di significati aggiuntivi: gli animali non sono più solo teneri o divertenti, ma diventano elementi di una grammatica visiva violenta e grottesca, in cui il colore esagera, deforma, complica. Il risultato è una parodia visiva del concetto stesso di “carineria”, trasformata in manifesto pop dell’eccesso iconografico.
In questa sezione si entra nel dominio della fotografia patinata, dell’immagine costruita per sedurre, vendere, incantare. L’universo della moda è osservato non come puro fenomeno commerciale, ma come spazio di sperimentazione concettuale e tecnica, dove il colore agisce da protagonista assoluto nella composizione dell’immaginario collettivo.
Le sue fotografie, pubblicate sulle principali riviste internazionali, si distinguono per la loro composizione provocatoria, per il trattamento innaturale dei corpi e per l’uso ossessivo del rosso, del nero e del carne. In Bourdin, il colore è sintomo e segnale: erotismo, morte, desiderio e violenza convivono nello stesso frame, sempre impeccabilmente costruito, sempre inquietante.
Con un approccio più contemplativo, Hiro lavora sulla trasparenza e sulla saturazione per creare fotografie che sembrano fluttuare tra sogno e realtà. I suoi scatti, spesso concentrati su dettagli – un fiore, una texture, un gioiello – rendono il colore un campo percettivo autonomo, capace di evocare sensazioni tattili e sonore. Il suo stile minimale esalta la forza plastica della cromia come struttura portante dell’immagine.
In questa sezione, Toiletpaper decostruisce il linguaggio della pubblicità di lusso attraverso immagini volutamente eccessive, parossistiche, satiriche. Il colore non serve a sedurre, ma a disilludere: smaschera le convenzioni visive della bellezza patinata, trasformandole in parodia.
La sezione si interroga sulla rappresentazione della donna nella fotografia contemporanea, decostruendo l’archetipo della “femme fatale” attraverso lenti critiche, ironiche, oniriche. Il colore è impiegato come dispositivo di codifica e recodifica del corpo, dell’identità e dell’immaginario collettivo.
La fotografa americana celebra la femminilità nera attraverso immagini che combinano glamour, storia e spiritualità. I toni rosa, oro e viola si fanno carichi di significato, raccontando una sensualità non riduttiva, una visione politica della bellezza.
In ambienti domestici sovrasaturi, Calypso mette in scena se stessa come personaggio prigioniero di un universo iperfemminile. Il rosa diventa ossessione, la ripetizione cromatica una gabbia visiva. Ogni immagine è un cortocircuito tra ironia, malinconia e critica.
Prager costruisce immagini cinematografiche, teatrali, popolando i suoi set con comparse vestite con colori sgargianti e innaturali. Il colore è filtro tra emozione e realtà, amplificatore drammatico, omaggio alla Golden Age hollywoodiana e al tempo stesso sua decostruzione.
Una riflessione sul perturbante e sul surreale, dove il colore è deformazione e intensificazione dell’esperienza. Qui, la fotografia assume caratteristiche quasi installative, generando ambienti artificiali e universi paralleli.
Odermatt, ex poliziotto svizzero, ha documentato per decenni incidenti stradali. Ma le sue immagini, lontane dalla crudezza documentaristica, assumono un’estetica glaciale e metafisica. Le carcasse automobilistiche sembrano sculture contemporanee, e il colore – spesso freddo e controllato – accentua il senso di sospensione irreale.
Skoglund costruisce ambienti iperreali popolati da figure e oggetti replicati ossessivamente: stanze verdi con gatti arancioni, ambienti monocromatici abitati da doppioni umani. Ogni fotografia è frutto di un lungo lavoro di costruzione fisica. Il colore è artefatto puro, non mimetico, e proprio per questo pienamente significante.
In questa sezione il cibo diventa metafora visiva del consumismo, dell’identità e del disgusto. Il colore è utilizzato in modo iperbolico per esasperare l’eccesso, la sovrabbondanza e il paradosso delle abitudini alimentari moderne.
Parr fotografa la classe media britannica, i loro picnic, i loro piatti surgelati, le fiere e i buffet. Il colore, usato senza filtro, svela il kitsch del quotidiano, la tristezza celata dietro l’euforia apparente. Ogni immagine è un racconto critico, ma mai moralista.
Cibo finto, ingrandito, fuso con oggetti improbabili. In queste fotografie, il colore diventa arma destabilizzante: l’eccesso cromatico rende il cibo meno appetibile, lo trasforma in oggetto alieno, in simbolo consumato della società iperproduttiva.
Sezione conclusiva, dedicata al ritratto come spazio di costruzione dell’identità e della differenza. Il colore è qui usato per celebrare, affermare, rivendicare. Una sinfonia visiva che attraversa culture, stili e poetiche.
I suoi ritratti celebrano la cultura marocchina con un linguaggio visivo che fonde Warhol, il fashion design e l’estetica di strada. I colori sgargianti, i motivi ricorrenti, gli oggetti di scena diventano segni di una soggettività plurale e gioiosa.
La fotografa spagnola, esponente della movida madrilena, dipinge letteralmente a mano le sue fotografie in bianco e nero. Il colore diventa gesto pittorico, emozione applicata, reinterpretazione della realtà attraverso un filtro espressivo fortemente personale.
Il duo francese crea ritratti iperrealisti in scenografie costruite, tra icone religiose, cultura queer e glitter. Il colore satura ogni dettaglio, e lo fa con l’intensità del pop barocco. Le loro immagini sono altari laici, intensamente teatrali e radicalmente queer.
Ossai celebra la cultura nigeriana con ritratti che mescolano abiti tradizionali, posture regali e sfondi psichedelici. Il colore è identità, affermazione, dignità. Ogni soggetto è rappresentato con fierezza e intensità, come un eroe del quotidiano.
Visitare questa esposizione significa confrontarsi con la complessità del vedere oggi. “CHROMOTHERAPIA” propone un’estetica del colore che va oltre l’evasione visiva: è un manifesto per una fotografia consapevole, stratificata, multidimensionale. Il visitatore viene invitato a lasciarsi attraversare da una moltitudine di esperienze, senza gerarchie, dove la leggerezza convive con la profondità, il kitsch con l’intellettuale, la bellezza con il grottesco.
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